Non credevo fosse possibile scrivere una cosa del genere, eppure per una volta, la chiesa denuncia qualcosa di corretto.
O meglio, solo un suo rappresentante. Una singola persona che decide di mettersi seduta e di scrivere un articolo. Forse ha provato lo stesso senso di schifo, rabbia e paura che provai io quando lessi cosa voleva dire l'incontro tenutosi ad Harvard nel lontano 1968.
Forse è stata mossa da spirito cristiano, io fui mossa da sano incazzo ateo, che vede l'essere umano come meritevole di rispetto, sempre e comunque. Lo stesso essere umano che invece viene "utilizzato" da altri esseri umani per i più svariati scopi. Sia quello di asservirlo, sfruttarlo, mantenerlo nell'ignoranza, o utilizzarlo come banca ambulante di organi freschi.
Non ho letto direttamente l'articolo in questione eppure dai giornali vedo che si parla di questo famoso incontro di Harvard in modo molto molto superficiale. Insomma la verità è nascosta fra due righe sia nell'articolo di Repubblica, sia in quello dell'Unità. Sia nell'articolo di approfondimento, se così lo vogliamo chiamare, che dovrebbe spiegare come e perchè si usa questo criterio da 40 anni.
Come se fossero gli anni che passano a dare correttezza ad una pratica, come fosse oro quello che viene proposto dagli "esperti".
Anzi, a leggere questi articoli viene anche da gioire pensando che oggi un paziente in coma ha molte più garanzie di quelle che aveva un paziente nella stessa situazione 60 anni fa.
Invece non è vero niente.
Invece si vuole far passare per scienza, umanità, cura del moribondo, qualcosa che ha a che vedere sempre e solo con una cosa: i soldi.
Mi spiego meglio:
la notizia è questa: "La dichiarazione di «morte cerebrale» non può sancire più la fine di una vita e va rivista in nome delle nuove ricerche scientifiche: è quanto scrive l'Osservatore Romano, in un editoriale in prima pagina dedicato ai 40 anni del cosidetto «Rapporto di Harvard» che modificò la definizione di morte, da allora non più basata sull'arresto cardiocircolatorio, ma sull'encefalogramma piatto" .
La risposta è questa: "Il criterio di morte cerebrale «resta al momento l'unico valido, in mancanza di nuove evidenze scientifiche, per definire la morte di un individuo»".
Tutto questo mi sta benissimo.
Non sono un medico, non metto lingua e dico che forse un EEG piatto significa che un essere umano è morto. Va bene. Io, da piccola contadina ignorante quale sono, mi dico perfetto. Se mi dici che è morto allora stacca tutte quelle apparecchiature e portiamolo giù, all'obitorio.
Qui però succede una cosa strana. E' questo che mi fece incazzare tanto anni fa, è per questo che un articolo che pare nato per un semplice cavillo fa sollevare la comunità scientifica, e il Papa dice che non era un articolo ufficiale e la santa sede se ne allontana.
Allora leggi il giornale e non capisci. Perchè tutto questo Amba Aradam? Per una quesione puramente filosofica? Anima si, anima no? E anima con il respiro (artificiale o no?) Con il sangue che scorre? Con due giorni di obitorio sulle spalle?
La chiave di tutto il discorso è in una frase, accuratamente studiata per suggerire soltanto:
"La morte cerebrale, sottolinea Carpino (Vincenzo Carpino, presidente dell'Associazione anestesisti-rianimatori ospedalieri italiani (Aaroi)), «è la morte dell'individuo, anche se gli organi continuano ad essere artificialmente perfusi per permetterne la donazione e il successivo trapianto".
In questa frase, che pare tanto innocente, si nasconde tutta la mostruosità di cui è capace l'essere umano. Mi chiedo se si capisca cosa vuol dire "anche se gli organi continuano ad essere artificialmente perfusi per permetterne la donazione e il successivo trapianto".
Si dice che excusatio non petita culpa manifesta, e infatti qui c'è l'abominio e la scusa -patetica- usata per bloccare subito la contadinotta come me che magari alzerebbe un dito in cerca di spiegazioni.
Ebbene. Nella famosa mega riunione di capoccioni che si tenne ad Harvard nel 1968 si decise la nuova "soglia di morte":
1) definisce il coma irreversibile come "morte cerebrale" in presenza dei seguenti segni diagnostici: assenza di qualsiasi accertabile attività cerebrale (elettroencefalogramma piatto) e di qualsiasi attività corporea dipendente dal cervello, come riflessi e respirazione spontanea.
2) equipara la morte cerebrale così definita alla morte del corpo intero, del paziente dunque, cosa che, oltre alla dichiarazione ufficiale di morte, consente l'interruzione di ogni aiuto artificiale tramite respiratore e altre misure di mantenimento; nonchè, indipentemente da ciò, il prelievo di organi per scopi di trapianto. La condizione di cadavere del corpo, che lascia liberi di prenere qualsiasi decisione, comincia con la constatazione delle morte cerebrale in quanto tale. *
Spero si sia capito: se sei un donatore di organi e finisci in coma irreversibile e il tuo eeg è piatto ti dichiarano morto. Bene, mi si dirà. E che c'è di male? Ho dato il permesso per essere staccato dalle macchine e prima di finire sotto terra possono prendere i miei organi.
Sbagliato.
Il concetto è giusto. La sequenza delle azioni è un po' diversa:
prima di staccarti dalle macchine, cioè mentre il tuo corpo vive grazie a loro, ti vengono tolti gli organi. Dopo vieni staccato e fai la trafila di tutti i morti: obitorio, cimitero, terra. E finalmente sei libero.
I medici ammettono che non sanno esattamente se un essere umano con l'eeg piatto ma attaccato alle macchine possa sentire o provare qualcosa. Si entra nel campo della filosofia. Io so solo che questa è vivisezione.
E non lo dico io perchè stamane mi son svegliata male.
Tutto questo si sa proprio perchè fu un filosofo, Hans Jonas, a sollevare la mano ad Harvard e chiedere perchè mai si dovessero vivisezionare le persone. Non era forse preferibile PRIMA staccare le macchine e rendere quel corpo morto secondo la vecchia credenza, e POI svuotarlo dei suoi organi?
Gli venne risposto, da non credere, che lui era un filosofo, indi di medicina non ne capiva e doveva stare zitto.
Ottenne, il molestissimo filosofo, di far rimandare la decisione affinchè si potesse informare circa i fatti.
Poi perse, e gli fu reso noto che non doveva rompere le palle perchè la verità è riscontrabile nella famosa "relazione di Harvard", ma siccome dietro ci sono determinati interessi lui era pregato di filosofeggiare altrove.
I medici di allora ammisero che si, staccare il paziente dalle macchine prima di procedere all'espianto era possibile e fattibile, e che gli organi avrebbero perso solo lo 0,000001 delle loro proprietà. Però era preferibile espiantarli senza perdere neanche quella infinitesimale parte. Così è stato chiaro a tutti, allora come oggi, a cosa sia servita quella relazione: hanno spostato un limite, hanno distrutto un tabù: afferma il signor Jonas che se una persona ha l'eeg piatto ed è considerato morto, tanto da avere un foglio che attesta il suo stato di cadavere, e se i medici hanno il potere di tenerlo attaccato finchè non si procede all'aspianto chi gli vieta di tenerlo attaccato un altro po'? Ad oggi glielo vieta l'alto costo che hanno tali macchine. Se il costo di tali macchine verrà abbattuto sarà possibile mantenere quel corpo, quel cadavere -quindi privo di dignità e diritti spettanti ad un essere umano vivo- attaccato per gioni, mesi, anni.
Che te ne fai? Si chiederà.
"se il paziente in coma, in forza della definizione, è morto, allora non è più un paziente ma un cadavere con il quale è consentito intraprendere tutto quanto la legge o uso o testamento o congiunti permettono di fare e verso cui spinge questo o quel particolare interesse. Ciò include il protrarre questa condizione intermedia per trarne tutti i possibili vantaggi. Finora i sostenitori della nuova definizione (di morte) parlano soltanto di lasciare in funzione il respiratore finchè non giunga una richiesta di trapianto di organi. Ciò suona abbastanza innocuo. Ma perchè dovrebbe finire così? Una volta sicuri di avere a che fare con un cadavere non ci sono motivi logici a sfavore, bensì forti motivi pragmatici a favore, per proseguire l'irrorazione sanguigna artificiale e tenere a disposizione il corpo del defunto: come banca di organi vivi, possibilmente anche come fabbrica di ormoni e altre sostanze biochimiche, di cui ci sia bisogno. Allettante è anche l'idea di una banca del sangue che si autorigenera. Non dimentichiamo la ricerca. Perchè non si dovrebbero intraprendere su questo compiacente soggetto-non-soggetto i più strabilianti esperimenti di trapianto, dove non si pongono limiti all'audacia? Perchè non ricerche immunologiche e tossicologiche? Abbiamo la "cooperazione" di un organismo funzionante, che è stato dichiarato morto e perciò non può più subire alcun danno: che benedizione per la formazione dei medici! Quale chance per il principiante che potrebbe imparare ad amputare per così dire in vivo, senza che i suoi errori provochino cionseguenze! " .*
Lui stesso afferma che sicuramente i medici protesteranno e diranno che no, non pensavano a quello. Eppure si è dimostrato che è possibile pensarci e arrivarci.
I limiti dovrebbero essere imposti prima che ad una cosa ci si possa arrivare. Perchè in questo modo il limite fra il pensarlo e il farlo non esiste già più. Nessun divieto, nessun paletto.
Eppure basta un articolo in cui si cerca di riportare tutto a galla, di fare chiarezza o rispingere il limite un po' indietro e pensa...si alzano tutti a gridare. E nessun articolo ti scrive le cose come stanno.
* tutto quello in blu è tratto da qui: Hans Jonas - Tecnica, medicina ed etica.
molto, molto interessante
